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tradimenti

Alice l'esibizionista


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
22.10.2025    |    22.030    |    2 8.8
"E io, lo scrittore, avevo appena iniziato a narrare la sua storia – la nostra storia – pagina dopo pagina di pura, inconfessabile passione, con l'inchiostro del desiderio che ancora..."
Era una sera d'autunno frizzante, di quelle che mordono la pelle con un vento umido e foglie che scricchiolano sotto i piedi come segreti sussurrati. Mi trovavo in quel bar elegante in centro, un posticino con luci soffuse e tavolini di legno scuro, dove l'aria profumava di gin tonic e ambizioni non dette. Ero lì con Marco, l'amico speciale di Alice – un tipo astuto e complice, che aveva orchestrato tutto con la maestria di un regista d'ombre: l'invito per un aperitivo, l'incontro casuale con me, lo scrittore che lui tanto ammirava e che voleva "far scintille" con la sua musa. Mi aveva promesso una serata indimenticabile, e mentre sorseggiavo un negroni, chiacchierando di trame intricate e finali che non finiscono mai bene, sentii la porta cigolare come un invito proibito.Entrò lei, Alice. La vidi prima ancora di sentirla: un turbine di grazia felina avvolto in un cappotto color cammello che le sfiorava le ginocchia, lungo e morbido come una carezza negata. Camminava con passo misurato, quasi furtivo, cercando di essere discreta in quel dedalo di sguardi affamati, ma non c'era modo di non notarla. I camerieri si bloccarono per un istante – uno con un vassoio in mano, l'altro dietro il bancone – i loro occhi catturati da quella visione irresistibile. I suoi capelli lunghi, neri come l'inchiostro, le ricadevano sulle spalle in onde perfette, incorniciando un viso che era un inno al peccato: zigomi alti, labbra dipinte di un bordò vivo e carnoso, smalto abbinato sulle unghie che scintillava sotto le luci calde. E poi, quelle decoltè nere, tacco dodici, con la suola rossa che tradiva un'anima ribelle, un dettaglio che urlava "guardami, ma non toccarmi... ancora". Sotto il cappotto, sapevo – o intuivo – che nascondeva il suo arsenale segreto: un guêpier nero con reggicalze, calze velate nere abbottonate con cura, senza reggiseno né mutandine a coprire il suo sesso nudo e pronto.Si avvicinò al bancone, il cappotto che frusciava piano come un sussurro d'alcova, e chiese al barista con una voce vellutata, bassa e avvolgente: "Scusi, dove si trova il tavolo del signor Marco?". Il barista, un ragazzo sui trent'anni con i capelli impomatati, balbettò qualcosa indicandoci con un gesto tremante, gli occhi che già tradivano un'ammirazione febbrile. Lei annuì, un sorriso appena accennato sulle labbra bordò, e si voltò verso di noi. Mentre attraversava la sala, il cappotto si aprì quel tanto che bastava per rivelare lampi proibiti: il bagliore delle calze velate nere che le avvolgevano le gambe come una seconda pelle, e il tacco alto che ticchettava sul parquet come un metronomo del desiderio. Marco mi diede una gomitata leggera, il suo sorriso già complice e soddisfatto. "Eccola", mormorò, gli occhi che brillavano di orgoglio per la sua creazione.Ci alzammo per salutarla. "Alice, amore mio", disse Marco, baciandola sulle guance con familiarità possessiva, le mani che le sfioravano i fianchi un istante di troppo. "Piacere, sono lo scrittore di cui ti ha parlato Marco", mi presentai, tendendole la mano con un calore che già anticipava il fuoco. Le sue dita sfiorarono le mie, fresche e sicure, e nei suoi occhi castani danzava una malizia esibizionista che mi fece accelerare il polso. Si sedette di fronte a me, scostando il cappotto con un gesto fluido e deliberato, e quando accavallò le gambe – oh, quel movimento lento, studiato – il mondo sembrò inclinarsi sul suo asse. Le calze nere velate catturarono la luce, tese e perfette sui polpacci scolpiti, e i bottoncini d'argento che le ancoravano al guêpier invisibile luccicarono come stelle cadenti su una notte d'inchiostro. Niente gonna, niente pantaloni: solo quel velo di nylon che prometteva abissi senza fondo, il suo sesso nascosto ma pulsante sotto il tessuto del cappotto.Il cameriere arrivò quasi subito, un tipo magro con le guance arrossate, il bloc-notes in mano come uno scudo inutile. I suoi occhi scivolarono inevitabilmente sulle gambe di Alice, indugiando sui bottoni, sulle curve morbide del polpaccio che si tendeva sotto la calza. Deglutì, imbarazzato e affamato allo stesso tempo, e le porse il menù con un "Signora, cosa gradisce?" che suonò più come una supplica disperata. Alice lo fissò per un secondo, le labbra incurvate in un sorriso innocente e crudele, e nel chinarsi per prendere il menù, aprì il cappotto dalla parte superiore. Un lampo di pizzo nero: il guêpier che le fasciava il busto con ferrea grazia, senza reggiseno a contenere il seno generoso, i capezzoli che premevano contro la stoffa fine come segreti in attesa di essere violati. Il cameriere sobbalzò, un rossore violento che gli salì al collo fino alle orecchie, e io non potei fare a meno di fissarla, ipnotizzato dal suo gioco. Marco, al mio fianco, scoppiò in una risata sommessa, roca e complice, come se avesse diretto lui quella scena.Terminata l'ordinazione – un Martini per lei, secco e audace come il suo sguardo – il cameriere si allontanò barcollando, il passo incerto come se le gambe gli cedessero. Io mi sporsi verso di lei, la voce bassa e carica di quel calore che solo le confessioni notturne conoscono. "Devo dirtelo, Alice: la tua scelta di stasera è magistrale. Quel guêpier, quelle calze... e quel profumo che indossi, è una tentazione pura. Sarebbe interessante sentirlo da vicino". Le parole mi uscirono come un'ammissione, e lei inclinò la testa, un sorriso malizioso che le increspò le labbra bordò, rivelando i denti bianchi in un lampo predatorio. Si voltò verso Marco per chiedergli dettagli organizzativi su chissà quale evento futuro – "Allora, le date per il prossimo weekend?" – la voce leggera come se nulla di esplosivo fosse accaduto, mentre le sue dita smaltate tamburellavano sul bicchiere.Pochi minuti dopo, il cameriere tornò con il piatto di Alice: olive lucide, tartine croccanti, posate che tintinnarono sul tavolo come un preludio. Il suo sguardo, traditore e famelico, si posò di nuovo sulle gambe di lei, seguendo la linea sinuosa delle calze fino ai bottoni che le tenevano prigioniere. Alice lo capì all'istante – oh, le esibizioniste come lei sentono gli occhi come mani invisibili – e, con un gesto impercettibile, lasciò che il cappotto si aprisse quel tanto che bastava. Un barlume del guêpier nero, che le fasciava i fianchi come una prigione di pizzo e seta, lasciando intravedere la curva liscia del ventre e il mistero umido tra le cosce spalancate dal desiderio. Niente mutandine, solo quel velo di audacia che la rendeva una dea pagana in un tempio di cristalli e ghiaccio. Il cameriere rimase lì, pietrificato, gli occhi spalancati come un bambino davanti a un miracolo proibito. Era evidente: il rigonfiamento nei suoi pantaloni tradiva un'eccitazione che lo consumava, un desiderio crudo che lo inchiodava al suolo, la mano che tremava sul vassoio. Solo il richiamo secco da un tavolo vicino – "Ehi, il conto, per favore!" – lo riscosse, facendolo allontanare con un balbettio incoerente, il viso paonazzo.Alice, imperterrita, finalmente girò lo sguardo verso di me. I suoi occhi, due pozzi di velluto scuro, mi trafissero con una malizia che mi fece stringere il bicchiere fino a far sbiancare le nocche. Si morse il labbro inferiore, quel bordò vivo che si arrossò leggermente sotto i denti bianchi, e poi, con un gesto teatrale da attrice consumata, lasciò cadere una forchetta sul pavimento. Il tintinnio metallico echeggiò come un invito esplicito. "Ops", mormorò, la voce un sussurro roco e invitante. "Potresti raccoglierla per me, per favore?"Mi chinai senza esitare, il cuore che martellava come un tamburo di guerra nel petto. Sotto il tavolo, l'aria era più calda, intrisa del suo profumo – un misto di muschio e vaniglia, con quel sottotono selvaggio che prometteva tempeste in arrivo. Alzai lo sguardo verso di lei, e Alice, con un sorriso da predatrice in agguato, aprì le gambe quel tanto che bastava per rivelarmi il suo sesso: nudo, rasato alla perfezione, le labbra rosee che luccicavano di un'umidità complice e invitante. Senza un briciolo di pudore, infilò due dita dentro di sé, un movimento lento e deliberato, spingendo fino in fondo con un sospiro quasi inaudibile che mi vibrò nelle ossa. Le sue unghie smaltate di bordò sfavillarono nel buio sotto il tavolo, e io rimasi lì, ipnotizzato, il respiro corto e affannoso, mentre il mondo al di sopra svaniva in un'ombra irrilevante.
Dopo un'eternità – o forse solo pochi secondi che parvero ore – mi rialzai, la forchetta in mano come un trofeo insignificante e dimenticabile. Lei mi porse quelle due dita, ancora umide e calde di lei, sfiorandomi le labbra con una promessa che bruciava. "Grazie", disse, ma era un grazie che incendiava l'aria. Di istinto, inspirai il suo profumo: dolce come il miele fuso, piccante come zenzero fresco, con note di cuoio e sandalo che mi avvolgevano la mente come catene di seta. Le leccai piano, la lingua che assaporava la sua essenza salata e proibita, un nettare che mi fece chiudere gli occhi per un istante, il sapore che mi esplodeva in bocca come un frutto maturo e peccaminoso.Il cameriere, da lontano, aveva visto tutto – o abbastanza da immaginare il resto, i suoi occhi sgranati fissi sulla scena. La sua mano si posò sul davanti dei pantaloni, un tocco furtivo e disperato per domare l'erezione che lo tormentava, il viso contratto in un misto di invidia bruciante e lussuria incontrollata. E Marco, il suo amante speciale – colui che aveva tessuto questa tela di seduzione per farla danzare con me, lo scrittore che lui tanto venerava – sedeva lì con un sorriso sornione e predatorio, gli occhi che brillavano di eccitazione condivisa e voyeuristica. Si sistemò sulla sedia, il suo corpo teso come una corda d'arco pronta a scoccare, chiaramente colpito dal suo spettacolo, il rigonfiamento nei pantaloni un'eco del mio.
Alice mi fissava, le dita ancora umide che ritrasse piano, leccandosi le labbra con la punta della lingua in un gesto che era puro fuoco. "Volevi sentire da vicino il mio profumo, allora dimmi... com’è?"
Stavo organizzando le parole, la mente un turbine di sensazioni crude e viscerali, quando lei parlò di nuovo, la voce un suono felino e dominante. "Il tuo profumo è un nettare più dolce del miele e più piccante dello zenzero, un'essenza di cuoio e sandalo che mi lascia senza parole." Ero a metà della frase – o forse era lei che mi anticipava, giocando con le mie stesse parole come una marionetta – quando sentii qualcosa di caldo e setoso sfiorarmi sotto il tavolo. Il suo piede: nudo, la decoltè slacciata con noncuranza felina, le calze velate arrotolate fino alla caviglia in un abbandono lascivo. La punta delle dita, morbida e arcuata, si piazzò dritta in mezzo alle mie gambe, premendo con insistenza sul mio cazzo, che già pulsava duro contro la stoffa dei pantaloni, implorando sollievo.Socchiusi gli occhi, un'onda di estasi che mi travolse come un'onda d'oceano in tempesta. Le sue dita si mossero piano, accarezzando, tormentando attraverso il tessuto con una maestria che mi faceva gemere dentro, un massaggio che era pura tortura divina. Allungai una mano sotto il tavolo, catturando quel piede perfetto: lo accarezzai con le dita tremanti, lo massaggiai dal tallone alla pianta sensibile, lo coccolai come un tesoro rubato al paradiso. L'odore – un misto di pelle fina, nylon e il sudore leggero dell'eccitazione – mi inebriò, e lo portai alle narici per un istante, inalando la sua essenza terrena e inebriante, un afrodisiaco che mi annebbiava i sensi.L'aperitivo trascorse in un velo di chiacchiere leggere e superficiali, risate soffocate e sguardi che dicevano più di mille parole non dette. Olive stuzzicate con le dita unte, Martini sorseggiati piano con labbra che promettevano di più, il tintinnio dei bicchieri come un sottofondo a questa danza erotica e lenta. Marco raccontava aneddoti su eventi futuri, io annuivo distratto, la mente persa in lei, ma sotto il tavolo il piede di Alice non smetteva di giocare: una pressione qui, decisa e possessiva; una carezza lì, leggera come una piuma, portandomi al limite del baratro senza mai spingermi oltre, tenendomi in bilico sul filo del piacere negato.Quando la serata volse al termine, e il bar si svuotò piano sotto il peso malinconico dell'autunno, mi alzai per primo, il corpo teso come una
molla.
"Alice", dissi, la voce bassa e carica di urgenza, "ho la macchina qui vicino. Lascia che ti riaccompagni a casa. È il minimo, dopo una serata come questa – un tributo alla tua... audacia".Lei inclinò la testa, quel sorriso malizioso che non l'aveva mai abbandonata per un solo istante, e annuì con un bagliore negli occhi. "Sarebbe delizioso", rispose, la voce un miele avvelenato, slacciando del tutto la decoltè e infilando i piedi nudi nelle scarpe con un gesto languido e provocatorio. Marco ci salutò con un occhiolino complice e predatorio – "Divertitevi, voi due. E raccontami tutto domani, nei dettagli" – e noi uscimmo nel vento freddo della notte, il cappotto di lei che frusciava come un mantello da strega in fuga, il suo braccio intrecciato al mio come una catena invisibile.La macchina era parcheggiata a un isolato di distanza, un'Alfa Romeo vintage che rombava come un cuore eccitato e selvaggio al mio tocco. Salimmo dentro, l'abitacolo che si riempì subito del suo profumo opprimente, un'aura che saturava l'aria come incenso proibito, e mentre guidavo verso il suo appartamento – un loft elegante in centro, con finestre che guardavano la città addormentata e indifesa – lei non perse tempo, la sua natura esibizionista che fremeva libera. Il cappotto scivolò via dalle spalle con un fruscio, rivelando il guêpier nero in tutta la sua gloria peccaminosa: pizzo che le stringeva la vita come un'amante gelosa, reggicalze che tendevano le calze velate fino ai bottoncini d'argento scintillanti, il seno generoso che premeva contro la stoffa trasparente, i capezzoli duri come perle di ossidiana. Niente sotto, solo la sua nudità esposta e arrogante, le gambe accavallate in modo che il sesso fosse un invito aperto e sfacciato, le labbra gonfie che catturavano la luce del cruscotto."Guida piano", mormorò, la mano che scivolava sul mio ginocchio con una lentezza esasperante, salendo lenta verso l'inguine dove il mio cazzo tendeva il tessuto come una prigione. "Voglio che questa notte duri, che ogni chilometro sia una carezza". Le mie mani stringevano il volante con forza, le nocche bianche, ma la mente era già persa in lei: la leccai con gli occhi mentre procedevamo tra le luci arancioni dei lampioni, il suo piede che tornava a insinuarsi tra le mie gambe, premendo, stuzzicando fino a farmi gemere sommesso, un suono che echeggiò nell'abitacolo come una confessione. Quando parcheggiai davanti al suo palazzo, con un gesto brusco e frettoloso, non entrammo subito. Le sue labbra bordò trovarono le mie in un bacio vorace e dominante, la lingua che danzava come una fiamma viva, esplorando, conquistando, mentre il suo piede nudo – ancora libero dalla scarpa – si insinuava di nuovo tra le mie gambe, premendo con la punta sul mio cazzo pulsante, un tormento che mi strappò un gemito roco contro la sua bocca.Salimmo le scale in silenzio complice, i tacchi che echeggiavano come colpi di pistola in una camera vuota, il mio braccio intorno alla sua vita nuda sotto il cappotto aperto. Una volta dentro il loft, il mondo esterno svanì: lei mi spinse contro la porta con una forza sorprendente, il guêpier che si tendeva mentre mi slacciava la camicia con urgenza famelica, le unghie che graffiavano la pelle del petto lasciando solchi rossi come mappe del desiderio. "Dimmi di più del mio profumo", sussurrò contro la mia pelle accaldata, il respiro che mi solleticava il collo, le labbra che mordicchiavano il lobo dell'orecchio. Io la sollevai di peso, le sue gambe che si avvolgevano intorno ai miei fianchi con una presa ferrea, le calze velate che sfregavano contro di me come seta viva e elettrica. La portai sul letto, un nido di lenzuola nere e aggrovigliate, e lì, tra gemiti e sussurri rauchi, la spogliai piano, assaporando ogni gesto come un rituale: prima le calze, bottoncino dopo bottoncino, le mie labbra che seguivano il percorso della seta sulla pelle, baciando il retro del ginocchio, la curva interna della coscia; poi il guêpier, che cadde come una pelle serpentina mutata, rivelando il suo corpo nudo, pronto, bagnato e fremente, i seni pesanti che si alzavano e abbassavano con il respiro accelerato.
La presi con fame primordiale, le mie mani ovunque – sui seni generosi che riempivano i palmi, sui fianchi larghi e invitanti, tra le cosce che si aprivano come pagine di un libro proibito e illustrato. Lei era un'esibizionista nata, e anche lì, con le finestre aperte sulla città sonnolenta, non si curava di chi potesse spiare dal buio: gridava il mio nome con voce rotta dal piacere, arcuava la schiena in un arco perfetto, mi cavalcava con una ferocia animale che mi lasciava senza fiato, i capelli neri che frustavano l'aria come fruste. Il suo sesso mi avvolgeva stretto, caldo, un velluto liquido e pulsante che mi mungeva fino all'estasi, le pareti interne che si contraevano intorno a me come una morsa di seta bagnata. Le mie spinte erano profonde, ritmiche, un martellare che echeggiava nei nostri corpi uniti; lei rispondeva graffiando, mordendo, le unghie che affondavano nella mia schiena mentre il suo clitoride sfregava contro di me, gonfio e sensibile.E quando venimmo insieme, un'esplosione di stelle accecanti e sudore salato, un uragano che ci squassò fino al midollo, lei mi morse il collo con violenza, lasciando il segno del suo rossetto bordò come un marchio eterno, un sigillo di possesso. Il suo corpo tremò contro il mio, ondate di piacere che la facevano singhiozzare piano, il sesso che si contraeva in spasmi ritmici intorno al mio cazzo ancora duro dentro di lei.L'autunno fuori ululava il suo lamento freddo, ma dentro, nel suo abbraccio appiccicoso e sazio, era estate eterna, un'eternità di seta e sudore. Marco aveva ragione: Alice era una scintilla capace di incendiare mondi. E io, lo scrittore, avevo appena iniziato a narrare la sua storia – la nostra storia – pagina dopo pagina di pura, inconfessabile passione, con l'inchiostro del desiderio che ancora gocciolava dalla penna.
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